Ep 202 – Il trio di Belgrado: storia, realtà e invenzione (seconda parte).

Introduzione

Continuiamo la nostra intervista a Enrico Davanzo, traduttore de Il trio di Belgrado di Goran Marković, pubblicato da Bottega Errante Edizioni.

In questa seconda parte approfondiamo le origini del romanzo, parliamo del rapporto tra traduzione e scrittura e scopriamo quali autori e opere della letteratura serba e jugoslava potrebbero conquistare i lettori italiani. Una conversazione che ci porta a riflettere sul valore della traduzione e sulla capacità della letteratura di avvicinare culture diverse.

Un romanzo nato da una sceneggiatura

ED: Il libro è molto particolare. Inizialmente era una sceneggiatura per un film che l’autore non è riuscito a realizzare, quindi lui, con tutto il materiale a disposizione, ha deciso di trarne un romanzo.

Un romanzo però singolare perché, non è una narrazione unitaria, con il narratore, gli eventi, l’intreccio e la conclusione, ma è una successione di tanti frammenti di testi, testi diversi: pagine di diario, lettere, rapporti della polizia, telegrammi che sono presentati quasi alla rinfusa, ma che delineano una storia che ha un capo e una coda.

Leggendo, uno è portato a credere che sia un collage, un insieme di cose alla rinfusa, nel senso dei documenti che si presentano quando si cercano gli archivi. Questi documenti, alcuni erano autentici, altri inventati dall’autore. C’erano anche riferimenti a vari romanzi già pubblicati.

La storia è quella di un triangolo amoroso, un trio, e questo si riferisce un po’ al titolo del romanzo, che però ha sullo sfondo la vicenda di Goli Otok, l’Isola Nuda, un’ isola priva di vegetazione nel mare Adriatico, dove Josip Broz Tito, dittatore comunista in Jugoslavia, fece rinchiudere quei comunisti jugoslavi che erano rimasti fedeli a Stalin, continuavano a vedere l’Unione Sovietica e la sua dirigenza come l’unico Paese che doveva guidare il socialismo, dopo che nel 1948 c’era stata una rottura tra i due e Tito aveva deciso di avvicinarsi all’Occidente, garantendo poi anche un periodo di relativo benessere e stabilità.

Aerial image of Goli otok (view from the south). Foto: Carsten Steger, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

 Quelli che non avevano voluto abiurare le proprie posizioni, restando fedeli al dogma originario, vennero rinchiusi su quest’isola, dove erano soggetti a maltrattamenti e abusi.

Inoltre si faceva in modo che non potesse esistere nessuna solidarietà tra prigionieri, perché erano obbligati a scontrarsi l’uno contro l’altro, a picchiarsi. Non doveva nascere solidarietà tra loro: ogni prigioniero era il carceriere dell’altro.

E tutto questo viene descritto nel romanzo attraverso gli occhi di un personaggio esistito realmente, cioè uno scrittore, Lawrence Durrell, che in Italia è già noto perché le sue opere sono state pubblicate, in particolare da Einaudi.

Lawrence Durrell ha fatto una vita molto particolare: è nato in India, poi è cresciuto, si è stabilito in Grecia e poi in Egitto, sotto  mandato britannico, durante la seconda guerra mondiale.

Ha scritto svariati libri che uniscono prosa estetica, esistenzialista, riflessioni sull’amore, sulla violenza, ambientati  per la maggior parte —i più noti sono il cosiddetto Quartetto di Alessandria — nella  comunità cosmopolita che vive appunto ad Alessandria d’Egitto durante la seconda guerra mondiale.

Ci sono vari temi esoterici, massonici. Lui  fece  una vita molto anticonformista, ribelle, beveva, si è sposato un sacco di volte, molto spesso era anche violento, però era uno scrittore sopraffino.

Durrell  comunque vivacchiava un po’ con il servizio diplomatico britannico, quindi fu mandato in vari luoghi e fu anche addetto stampa per l’ambasciata britannica a Belgrado tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, cioè proprio quando avveniva la repressione degli stalinisti jugoslavi.

Probabilmente ebbe  qualche esperienza con i servizi segreti, tant’è che  scrisse anche un romanzo di spy fiction al suo ritorno, Aquile bianche sulla Serbia,  ben scritto, molto ben fatto, che non è tra i suoi più noti. Un romanzo d’avventura, lo scrisse  probabilmente per raccattare qualche soldo e forse gli fu  ispirato un po’  da questo soggiorno che lui comunque non aveva affatto apprezzato.

Durrell  era stato socialista in gioventù. Dopo la sua esperienza a Belgrado sotto il regime di Tito, era caduto nella più totale disillusione. Infatti lo si evince anche dalle sue lettere spedite a Henry Miller, lo scrittore americano, che stava a Parigi con Anaïs Nin. Proprio lì,  a Belgrado, vedendo cosa significava vivere sotto una dittatura comunista e vedendo anche la repressione degli intellettuali e degli scrittori, aveva perso tutte le sue ultime illusioni.

Poi, anni dopo, soprattutto nei primi anni Sessanta, iniziò una relativa liberalizzazione nella Jugoslavia. Di tutti i Paesi comunisti, in questo periodo, era quello relativamente un po’ più libero, ma relativamente, molto relativamente.

Lawrence Durrell, Dimitri Papadimos e Hassan Fathy al Cairo. Foto: archivio Dimitri Papadimos / Ioannis D. Papadimos, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

E Marković, quindi, scrivendo questo romanzo, si è immaginato cosa sarebbe successo se questo Lawrence Durrell avesse scoperto la vicenda di Goli Otok, se magari si fosse innamorato di una donna che era stata accusata di essere stalinista. Quindi, cos’avrebbe fatto un personaggio cos’ esuberante ed eccentrico, se si fosse veramente messo in gioco?

ED: Infatti il libro è anche leggibile non solo come una riflessione sulla storia, ma anche proprio quasi come un romanzo d’avventura in certi passaggi.

LM: Sì, è un romanzo molto scorrevole. Però, a parte quello, la cosa che mi ha portato più volte a fermarmi è questa fusione di elementi storici e elementi fantastici. Infatti, in più occasioni, ho sentito il bisogno di andare a controllare: “Ma questa cosa è veramente esistita?”

Per esempio, Durrell è un personaggio esistito, allora viene da pensare: tutte queste storie legate a Durrell sono vere?

ED: Alcune sono vere, alcune sono parte della fiction.

LM: Anche questo è stato fatto molto bene da Marković, questa fusione di storia e fiction, dove non va a perdere di credibilità e ogni volta, quando si allontana dalla realtà, poi c’è un punto in cui si riaggancia e quindi dà continuità alla narrazione.

E per quanto la riguarda, cosa l’ha colpita di più del romanzo? E cosa pensa che possa essere di interesse per i lettori? Io sono un caso particolare perché vivo in Serbia, però un lettore italiano che non ha niente a che fare con i Balcani, con l’ex-Jugoslavia, quali sono i motivi per cui dovrebbe leggere questo libro?

ED: A me quello che aveva colpito era appunto soprattutto questa struttura così frammentaria, particolare, e questa miscela di documentarismo e invenzione. E credo che questo potrebbe anche essere uno dei motivi che potrebbero spingere un lettore italiano a digiuno di Balcani, di Serbia, a leggerlo.

È un qualcosa di nuovo, è un tipo di scrittura che, per quanto vedo io sulla scena letteraria italiana, mi pare non sia presente, soprattutto questo approccio creativo e provocatorio nei confronti della Storia e che, appunto, abbia anche uno stile così nuovo, innovativo, dirompente.

Questo, secondo me, potrebbe incuriosire un lettore italiano, il fatto di leggere qualcosa che in Italia non c’è, e questo potrebbe spingerlo anche a voler scoprire, a documentarsi.

Perché, in realtà, la vicenda di Goli Otok ha anche dei legami con l’Italia. A Goli Otok c’erano detenuti italiani che, dopo la seconda guerra mondiale, erano andati in Jugoslavia perché volevano edificare il socialismo. Alcuni avevano rifiutato di seguire il nuovo corso di Tito ed erano stati mandati lì.

C’è anche un libro che poi ho consultato per documentarmi durante la traduzione, Goli Otok. Italiani nel gulag di Tito.

Non parliamo di cittadini di origine italiana che già vivevano in Jugoslavia: erano proprio cittadini italiani che sono stati portati a Goli Otok.

Questo è un fenomeno, ad esempio, che era già avvenuto in Unione Sovietica negli anni ’30: tutti questi ingegneri, operai, inglesi che andavano lì perché volevano costruire il socialismo.

Quando Stalin aveva bisogno di capri espiatori per consolidare il proprio potere, li condannava in falsi processi. Nessun totalitarismo si esime dal sacrificare le pedine, anche se sono degli stranieri, ed è avvenuto anche in questo caso.

Altri italiani che erano andati lì con tutta questa gran voglia di fare socialismo e che avevano appoggiato le politiche di Tito sono rimasti lì. Alcuni dovettero un po’ ricredersi quando videro quello che avvenne con le presenze italiane in Istria e in Dalmazia.

Questo è il caso di Eros Sequi, grande traduttore. Lui si trovava lì nel Regno di Jugoslavia.

Non so se l’ha mai sentita questa storia, è molto interessante.

Eros Sequi, se non vado errato era un mio conterraneo, anche lui nato in Veneto, era di Possagno. Si unì ai partigiani di Tito e nei primi anni del secondo dopoguerra si impegnò molto per il regime socialista. Era convinto che nella nuova Jugoslavia federale, i rapporti tra le etnie sarebbero stati paritari, e anche la comunità italiana avrebbe avuto i propri diritti.

Poi, quando iniziò a vedere gli atteggiamenti del regime, si ricredette molto amaramente. Aveva rivestito funzioni politiche, e si impegnò perché le comunità degli italiani rimasti avessero le loro istituzioni culturali.

Fondò anche una rivista, La Battana, molto importante, anche letta qui in Italia, sempre nell’ottica di un dialogo tra presenze italofone, presenze slavo-meridionali.

ED: Sulla sua storia ci hanno anche scritto un libro di recente.

Eros Sequi fu anche uno dei primi a tradurre negli anni ’60 gli autori delle nuove generazioni jugoslave, tra cui, ad esempio, Miodrag Bulatović, autore controverso.

 In definitva, credo che che un lettore italiano, potrebbe essere attratto un po’ dal carattere non convenzionale di questo libro.

Le difficoltà della traduzione

LM: Parlando della traduzione, questo ne abbiamo anche parlato un po’ prima: quali sono le difficoltà concrete nel tradurre, in particolare dal serbo all’italiano, e quali sono le difficoltà che ha trovato lei in particolare traducendo questo libro di Marković?

ED: Beh,  il serbo è una lingua che appartiene al ceppo slavo e perciò ha una  struttura diversa dall’italiano. Però, secondo me, per un parlante italiano è più facile da capire, perché comunque la forma  sintattica per certi versi ha svariate somiglianze: soggetto, verbo, complemento; anche i generi in parte si avvicinano, però ci sono  i casi, che noi non abbiamo.

Però secondo me, al confronto, ad esempio, non so, con il russo, per me il serbo è stato più facile.

Quindi le difficoltà proprio inerenti alla lingua di per sé sono relative. Più che altro le difficoltà sono rappresentate dallo stile dell’autore.

In questo caso il fatto che l’autore molto spesso ha utilizzato  per la gran parte documenti scritti in tono burocratico, eccetera. Una sfida è stata innanzitutto replicare e trovare le espressioni corrispondenti.

Poi, ad esempio, c’era il gergo del lager e dell’amministrazione comunista. Ad esempio, Goli Otok era gestita dalla polizia segreta, quindi i carcerieri erano chiamati “inquirenti”.

O, ad esempio, c’erano le sigle. I servizi segreti che gestivano il tutto erano chiamati UDBA.

Cosa fare? Lasciarlo così in italiano? Trovare dei corrispettivi italiani? Non avrebbe molto senso.

E poi, come tradurre il nome stesso dell’isola, Goli Otok? Lo metto in italiano, Isola Calva, Isola Nuda? Però la maggior parte della storiografia tiene il nome originale.

Tito riceve una delegazione dei servizi di sicurezza (UDBA), 1951. Fonte: Wikimedia Commons, materiale del Museo della Jugoslavia. Licenza: CC BY-SA 3.0 RS.

LM: Posso immaginare che i rapporti dei servizi segreti siano stati scritti in un linguaggio abbastanza formale.

ED: Sì, sì. Quindi come renderli in italiano? In alcuni casi era difficile.

Ad esempio, tutte le comunicazioni ufficiali di epoca socialista terminavano col motto Smrt fašizmu, sloboda narodu, “Morte al fascismo, libertà al popolo”.

Però, ad esempio, in altri dicevano Pozdravljam vas drugarski, cioè “la saluto da compagno”. Ma suona male. Quindi cosa mettere?

LM: In effetti non si può mettere “amichevolmente”.

ED: Un amico è diverso da un compagno.

Un’altro dettaglio, ad esempio, sono i nomi delle vie.

C’è, ad esempio, una Prvomajska ulica, via Primo Maggio. E cosa faccio? Se la lascio in serbo, il lettore italiano non capirà il fatto che anche la toponomastica sotto il comunismo aveva una valenza ideologica.

LM: Inoltre suonerebbe strano che in un Paese straniero chiamino le strade “via Primo Maggio”.

ED: Quindi bisogna sempre valutare caso per caso.

Note, contesto e spiegazioni: quanto dare per scontato?

LM: Ho apprezzato anche il fatto che abbia usato poco le note. Ricordo che c’è una nota rispetto a una punizione che c’era a Goli Otok, in cui bisognava portare il tragač.

ED: Questa punizione esisteva perché Goli Otok, non era effettivamente un campo di lavoro, era soprattutto un campo di tortura. Il lavoro che dovevano fare era spaccare questo marmo, ma non era il fatto di farli lavorare: era il fatto di torturarli, obbligarli a rivedere le loro posizioni.

Quindi gli facevano portare le pietre che estraevano avanti e indietro, senza scopo, su questo tavolato, con due manici che avevano anche una lunghezza diversa, di modo che andando avanti inciampassero l’uno contro l’altro.

Alla fine, quindi, anche i due che erano assegnati a questo lavoro erano spinti ad aggredirsi tra loro, a ritenersi entrambi responsabili se le pietre cadevano.

Ricostruzione del tragač a scopo illustrativo

E, ad esempio, questo strumento, in serbo e in croato, è noto come tragač, che si può tradurre letteralmente come “cercatore”. Ma nel dialetto istro-veneto, dalmato-veneto era noto come zivera . Però chi è che l’avrebbe capito?

Quindi ho scelto di lasciare il nome originale, addirittura in questo studio che ho consultato su Goli Otok, descritto dal punto di vista degli italiani, il nome veniva lasciato così: tragač.

Però comunque ho voluto riportare anche il nome in dialetto, giusto così, per completezza.

Voglio sempre che il lettore ricordi che comunque tutto questo ambito linguistico, culturale, è un ambito di reciproco contatto, comunicazione, come gli esempi che le facevo prima delle parole veneziane.

Questo è un altro esempio, zivera , però adesso non so quanti, anche qua nel Veneto, nell’entroterra, conoscano questo termine.

LM: Io non l’avevo mai sentito.

ED: Altre note che ho proposto invece sono state tolte perché, di fatto, erano ridondanti.

Io ho sempre il terrore che magari certe cose che per me, che ho studiato, per chi è dell’ambiente, sono chiare, ma non per il lettore che ovviamente ne sa poco.

Per esempio, certe cose, delle note in cui spiegavo, non so, cos’è la rakija, queste sono state eliminate.

C’è comunque da pensare a qualcuno che è interessato, ma che non ha alle spalle chissà quale bagaglio.

Però poi, confrontandosi su frasi come: “…e si beve la rakija tutto ad un fiato”, “…è stata distillata da poco”, si capisce che cos’è dal contesto.

E poi comunque, anche tenendo conto che questo libro esce per l’editore Bottega Errante, nell’ambito della collana Estensioni, che appunto mira a promuovere autori legati alle lingue e alle culture del cosiddetto Est Europa, ecco, si presuppone che comunque chi va a cercare questi libri abbia già un po’ almeno qualche interesse, magari avendo anche già letto i libri precedenti, in qualche modo non sia proprio disarmato.

E poi comunque oggi viviamo nell’epoca di Wikipedia, quindi anche digitando due cose su Google le trovi.

Il rapporto con Goran Marković

LM: Parlavamo di Marković, ci ha avuto qualche contatto durante la traduzione del libro?

ED: Assolutamente sì. Mi è servito molto. Lui è vivente tuttora e risiede  tra Trieste e Belgrado, quindi ci siamo incontrati più volte. Ci siamo sentiti sia via email che di persona: gli ho chiesto come interpretare certi passaggi.

La particolarità del libro è che proprio si costituisce come un intertesto, cioè è fatto di tutti questi frammenti, documenti, alcuni effettivi e altri fittizi. Quindi qua gli ho chiesto dove ha reperito alcuni dei documenti.

Ci sono poi anche varie citazioni dei romanzi di Lawrence Durrell, scritti, pubblicati e anche tradotti in italiano o in serbo. Il personaggio di Durrell nel libro si esprime unicamente attraverso citazioni dai suoi libri, quindi gli ho chiesto di indicarmi i libri da cui venivano determinate citazioni.

Quindi lui mi ha aiutato, è stato molto presente.

E poi c’è la ricerca che ho fatto io. Lo scopo di una traduzione letteraria è far sì che il lettore del libro, nella lingua e nella cultura d’arrivo, viva le stesse sensazioni che prova quello nella lingua e nella cultura d’origine.

Quindi, quando Marković ci ha messo tutte queste citazioni da romanzi e documenti, ho cercato di vedere se erano presenti anche in italiano e quindi di citarli, in modo da costruire questa aura intertestuale.

Ed è stato interessante perché alcuni documenti ufficiali relativi alla rottura tra Jugoslavia e Unione Sovietica erano stati tradotti in italiano, e li ho reperiti a Trieste.

Ad esempio il documento con cui l’URSS accusava Tito di essersi staccato dal vero percorso del socialismo e quello con cui i comunisti jugoslavi rispondevano accusando i sovietici di essersi staccati.

Questi sono stati tradotti in italiano perché, ad esempio, il Partito Comunista Jugoslavo aveva spiegato, giustificato ai militanti, ai compagni italiani perché si distaccava.

Belgrado, 1° maggio 1946. I ritratti di Josip Broz Tito e Josif Stalin durante la manifestazione per la Festa dei lavoratori, due anni prima della rottura tra Jugoslavia e Unione Sovietica. – Foto tratta da Wikimedia

E addirittura, questo è interessante, c’erano stati anche degli italiani che avevano visto favorevolmente il percorso di Tito di creare un socialismo che si allontanasse dagli schemi stalinisti. E questi si erano anche staccati dal PCI: personaggi come Valdo Magnani e Aldo Cucchi.

Ed erano stati anche vituperati da Palmiro Togliatti, che li chiamava “magnacucchi”.

È un’esperienza particolare dei comunisti italiani che veramente credevano alla democrazia prima ancora di Berlinguer e, appunto, ovviamente, come si fa spesso in questo Paese, furono tutti sbertucciati.

Però appunto c’è stato un interesse in Italia.

Vari altri documenti citati nel libro li ho potuti trovare anche in una silloge del carteggio tra le dirigenze comuniste sovietiche e jugoslave, che era stato tradotto in italiano e pubblicato da Arturo Schwarz.

Non so se lei abbia presente questo personaggio, era stato anche un editore, tra l’altro originario di Alessandria d’Egitto, se non erro, quindi costituisce  un ulteriore legame della traduzione con Durrell.

Lui era stato un comunista, era un editore legato un po’ agli interessi dell’esoterismo e inizialmente si era avvicinato ai trotskisti.

Anche qua Togliatti si era fatto in quattro per farlo fallire, mandarlo a gambe all’aria.

Lui però, prima di chiudere la sua casa editrice a Milano, è riuscito a pubblicare questo rarissimo libro in cui riportava i documenti della controversia tra Mosca e Belgrado.

Questi documenti erano in inglese, poi tradotti in italiano da Lucia Morpurgo Rodocanachi.

Lucia Rodocanachi è un nome particolare per la storia della traduzione in Italia.

Lei era, adesso non mi ricordo di chi era la moglie, comunque era una signora legata a tutto il circolo dei grandi poeti e intellettuali italiani tra le due guerre e conosceva molto bene l’inglese, tant’è che aveva aiutato con le traduzioni in italiano dall’inglese autori come Gadda, Vittorini, Montale.

Lei gli faceva la traduzione preliminare e poi loro la mettevano in bella con il loro stile.

Tant’è che anche la chiamavano “la négresse inconnue”, che è un’espressione poco politicamente corretta, la “nera sconosciuta”, perché chi faceva il ghostwriter, quello che lavorava dietro le quinte, lo chiamavano in tempi assai più scorretti di oggi “nero”, per indicare ili lavoro da schiavo a cui si dedicavano.

Quindi la “nera sconosciuta”.

Però lei era dietro a tutte queste grandi traduzioni,    aveva tradotto anche questo insieme di carteggi tra comunisti sovietici e jugoslavi all’epoca della rottura.

Io, appunto, per ricreare questi documenti, ho fatto riferimento a queste fonti.

LM: Ma anche i carteggi nel libro, alcuni sono reali, alcuni sono…

ED: Sì, questo vale, ad esempio, soprattutto per quello che è relativo a Durrell.

Certe cose, appunto: c’è un brano, quello in cui lui racconta di aver provato a rivendere a Tito l’auto di Hermann Göring.

LM: Sì, mi ricordo.

ED: Lui l’ha descritto in una lettera che aveva inviato a una sua amica poetessa. Una lettera reale.

Questo non era stato tradotto in italiano, quindi ho cercato l’origine inglese.

Poi anche per tutte le citazioni dei romanzi di Durrell:  ho fatto un’incetta di tutte le varie edizioni, che sono state anche ripubblicate di recente, e anche lì, facendo il confronto tra originale inglese, traduzione serba, eccetera, ho cercato, nel limite del possibile, dove erano, in modo che, se uno vuole, va a cercare quella frase in uno dei romanzi del Quartetto di Alessandria e la trova lì.

Anche perché sono espressioni molto particolari. Durrell si esprime in maniera  anche strana, che poi aiuta anche a dipingere un ritratto del personaggio, del carattere stesso.

La storia del Cominform e il lettore italiano

LM: E adesso, appunto, siccome ha parlato della rottura tra Jugoslavia e Russia, il Cominform, eccetera, questa è una parte di storia che diciamo in Italia non è poi così conosciuta. Quanto pensa che questo romanzo possa aiutare il lettore italiano a capire questa parte di storia? E mi chiedevo anche se è una parte di storia che lei conosceva bene o ha dovuto fare degli approfondimenti, delle ricerche sullo sfondo storico della storia.

ED: Allora, se questo aiuterà il lettore italiano a capire questo evento non lo so. Comunque la vicenda, quando avvenne, fu seguita con molta partecipazione anche in Italia.

I comunisti italiani si schierarono, tranne con l’eccezione che ho detto dei cosiddetti “magnacucchi”, ma si schierarono subito convintamente con l’Unione Sovietica.

I comunisti italiani hanno iniziato ad avere i rimorsi di coscienza un pochino quando i sovietici occuparono Budapest e poi  Praga nel ’68.

Però la vicenda era stata seguita, se ne era parlato e soprattutto non si tardò a condannare Tito.

Io, ovviamente, avendo studiato, conoscevo l’evento, perciò non è che mi abbia, nel senso, al di là della documentazione per ricostruire soprattutto il gergo del campo, ma per il resto quello che avevo imparato, appreso negli studi o nelle letture, è stato sufficiente.

Pensandoci bene, già negli anni ’80, ad esempio, un altro regista all’epoca molto famoso, che oggi si è, insomma, diciamo, incamminato per un’altra via, Emir Kusturica, aveva girato un film appunto sulle conseguenze delle repressioni degli stalinisti in famiglia.

Questo film uscì nella metà degli anni ’80. Si intitolava Papà è in viaggio d’affari. Credo vinse la Palma d’Oro a Cannes.

Locandina di “Papà… è in viaggio d’affari”

LM: Ho visto diversi film di Kusturica, ma questo mi manca.

ED: No, ma è difficilissimo da reperire in italiano, anche se aveva avuto una buona diffusione  in televisione, era uscito anche in videocassetta.

Io mi ricordo quando ho regalato una copia del libro tradotto al  mio  professore di storia del liceo, a cui sono molto legato e che mi spinse anche a seguire questo interesse per le lingue, le culture. E lui, appunto, mi chiese se avevo visto questo film.

Quindi è una vicenda nota, conosciuta.

Oggi probabilmente il lettore medio non se ne ricorderà, però io credo che, più che utilizzarlo per leggere e scoprire queste vicende storiche, credo sia più che altro un modo per confrontarsi con le conseguenze del totalitarismo sulla vita degli individui, delle famiglie, delle persone.

Certo, c’è tutta la parte della ricostruzione storica, ma io credo che quello che sia la base, quello che più emerge nel libro, siano appunto i sentimenti: come reagire quando tutta la società si mette sui  binari della violenza e della repressione, come conservare l’umanità, come conservare la speranza.

Perciò questo credo sia forse, al di là dell’originalità stilistica di scrittura, quello che potrebbe attirare di più il lettore.

Perché Il trio di Belgrado?

LM: Un’altra domanda sul titolo, perché anche il titolo mi ha lasciato un po’ perplesso. Il trio di Belgrado: io, me ne vergogno anche un po’, pensavo fosse un qualcosa di storico. Ho iniziato a cercare questo “trio di Belgrado”, che è poi venuto fuori che non esiste, e poi in realtà nel romanzo si vede che è il trio tra quei tre personaggi chiave.

Lei come ha interpretato il titolo? Perché questo titolo, ne ha un’idea?

ED: Allora, no, c’era anche un ensemble di jazz. Il titolo io credo si riferisca alle opere più famose di Durrell, cioè il Quartetto di Alessandria e il Quintetto di Avignone, sono appunto quattro o cinque libri ispirati al suo soggiorno in queste città.

 Credo quindi che l’autore si sia riferito un po’ anche a questo, anche se è un unico libro.

Il trio può essere inteso come il rapporto che si crea tra Durrell, questa donna che è inventata nel libro, di cui lui si innamora, e il marito di lei, che è anche lui un detenuto su Goli Otok, mentre lei viene mandata a San Gregorio, che è il campo di concentramento femminile .

LM: E poi ho visto su una mappa: sono molto vicini.

ED: O anche potrebbe essere il trio nel senso tra i narratori principali, cioè la moglie di Durrell, Eve Cohen, che è esistita davvero, ma forse era diversa da come viene presentata nel libro. Viene presentata appunto come tutta una mogliettina borghese preoccupata che poi ha avuto anche dei forti problemi mentali, anche a causa della convivenza con Durrell.

Poi questa ragazza che viene mandata a San Gregorio, che anche lei, poi, nella finzione del libro, è colei che trasmette a Marković, il narratore, i materiali su cui il libro si fonda e che è ispirata a una persona esistita veramente, che fu spedita in campo di concentramento soltanto perché era stata accusata di aver raccontato una barzelletta su Tito.

LM: Quindi quell’aneddoto è vero.

ED: Non si chiamava così, però è esistita, e raccontò anche questa sua esperienza in un libro. L’ho avuto anche tra le mani di recente, però adesso non mi ricordo il suo nome.

Però è esistita davvero.

E poi il terzo narratore sono un po’ tutti questi, l’ambasciatore inglese a Belgrado, che in qualche modo cerca di contenere Durrell da questi suoi slanci e viene un po’ rappresentato come lo stereotipo dell’inglese tutto ingessato.

Poi, in realtà, Charles Brinsley forse era anche diverso,   meno “signorino” di come viene presentato nel romanzo. Anche lui ha lasciato dei diari molto interessanti.

È interessante anche il rapporto tra la fiction e quei modelli a cui Marković si è ispirato.

Un’altra cosa, ad esempio, che mi ha molto divertito: quando di recente sono stato anche a Londra. Ho cercato un po’ di ricostruire tutti i luoghi che vengono nominati, i vari luoghi del libro sia a Belgrado che a Londra, eccetera.

Ho mandato a Marković  la foto di questo pub che viene nominato nel libro, dove Durrell viene in contattato dei servizi segreti.

Gli invio  la foto e gli dico: “Lei è stato lì?”

“Ah no, l’ho visto così un po’ nella guida della città.”

Quondi emerge anche la sua capacità di rielaborare con la fantasia quelli che sono i dati reali, storici, eccetera.

Quali autori serbi leggere dopo Il trio di Belgrado?

LM: Per quanto riguarda la letteratura serba e jugoslava in generale, quali sono, secondo lei, i libri che un lettore italiano potrebbe apprezzare? Lo chiedo anche per me e per i lettori a cui è piaciuto Il trio di Belgrado. E quali sono i libri che, secondo lei, meriterebbero di essere tradotti, ma non hanno ancora trovato spazio?

ED: Ah, ne ho tutta una caterva.

Allora, ne approfitto anche un po’ per autopromuovermi.

Beh, innanzitutto, per questo stile  frammentario, con questo gioco tra realtà e fiction, consiglio soprattutto un libro sempre di Marković.

Marković ha scritto molti libri in questo periodo. Questo è il primo che è stato tradotto in italiano. Ne uscirà un altro, a ottobre, sempre con Bottega Errante, e tratterà anche qui di un caso più recente e forse un po’ più spinoso: la latitanza dei criminali di guerra. Non dico altro, le mie labbra sono cucite. [si tratta de Il dottor D., pubblicato da BEE il 14 ottobre 2026]

Però lo stile utilizza quella stessa tecnica, la composizione dei frammenti. Quindi credo che chi magari è stato un po’ intrigato da questo modo di scrivere, secondo me, apprezzerà anche questo.

Poi, per quel che riguarda la vicenda di Goli Otok, come dicevo, ci sono svariati studi anche in italiano, non leagati soltanto all’ambito jugoslavo.

Anche, ad esempio, David Grossman, lo scrittore israeliano, quello che ha scritto Vedi alla voce: amore, di recente ha anche scritto un libro su tre donne, una delle quali era un’ex partigiana ebrea, accusata di essere filo-stalinista e poi rinchiusa a San Gregorio  (ndr. La vita gioca con me).

E su questo, anche un altro grande scrittore serbo, molto tradotto in Italia da Adelphi e che, tra l’altro, collaborò con Marković alla sceneggiatura del suo film di laurea per l’Accademia del Cinema di Praga — mi riferisco a Danilo Kiš — girò anche un documentario intervistando due ex prigioniere del campo.

Di questo documentario sono usciti di recente in italiano i testi, tradotti con il titolo La vita nuda.

Questo libro, si ricollega significativamente anche ad altri libri che ho tradotto, in particolare per Bottega Errante.

Ad esempio, il libro presenta una serie di riferimenti alla letteratura di testimonianza. Tra i documenti che fanno parte della narrazione, quando viene riportato l’elenco dei primi deportati sull’isola, c’è anche il nome,  di Dragoslav Mihailović, che fu poi il primo scrittore, negli anni Sessanta, a parlare apertamente di Goli Otok in un libro.

Il titolo era Kad su cvetale tikve, cioè Quando fiorivano le zucche. Viene nominato in maniera molto fugace, però quella è stata la prima volta in cui se ne è parlato ufficialmente.

E poi, tra gli altri documenti, c’è anche il verbale di un ragazzo accusato di fare propaganda contro il regime. Quel ragazzo si chiamava Borislav Pekić ed è il primo autore che ho tradotto per Bottega Errante.

Borislav Pekić è uno dei più grandi autori della letteratura serba del Novecento. Lui, sin da ragazzo, si impegnò perché ci fossero  libere elezioni nella Jugoslavia socialista. Per questo fu condannato al carcere duro. Aveva solo 18 anni. Poi lo graziarono, ma dopo cinque anni passati in carcere: era ancora un ragazzo.

Lui poi visse per tutta la vita sotto l’occhio del regime. Emigrò  a Londra e lì continuò a scrivere. E, anche se cercavano di emarginarlo, scriveva così bene che gli editori non potevano rifiutarsi di pubblicarlo.

Era riuscito a vincere un concorso anonimo per la pubblicazione di un manoscritto. Aveva vinto. Quando scoprirono che era lui, non potevano più togliergli il premio, quindi dovettero pubblicarlo.

Poi tornò in Serbia nei primi anni Novanta, quando il comunismo stava cadendo, e fu anche attaccato dal regime di Milošević.

C’è una foto in cui lui era già anziano, malato, però era lì, nel marzo del 1991, a manifestare  insieme ai ragazzi che protestavano contro la guerra e il controllo dei media da parte di Milošević.

Borislav Pekic durante la manifestazione del 9 marzo 1991. Fonte: Ljiljana Pekic. Tratta da Wikimedia

Lui, per tutta la sua produzione, ha molto spesso contestato l’autoritarismo, il dogmatismo e il totalitarismo.

E il primo libro che ho nominato all’inizio, quello che ho tradotto per Bottega Errante, si intitola La Nuova Gerusalemme. È una raccolta di racconti gotici. Usa tutti i procedimenti del fantastico per riflettere sulla libertà, sul suo significato: quand’ è che un essere umano è davvero libero?

Uno di questi racconti, il quarto, mescola un po’ di generi: io credo si possa definire autofiction, ma si avvicina anche alle caratteristiche del thriller. L’autore, Pekić, racconta un episodio avvenuto quando torna a Belgrado, dopo vent’anni di assenza. Viene avvicinato da un suo amico che, come lui, in gioventù si era opposto al regime.

Solo che poi l’amico era sceso a patti con la dittatura, mentre lui era stato imprigionato e poi aveva scelto l’esilio.

E quindi, con questo amico, rievocano tutta la loro gioventù, quando venivano emarginati perché non appoggiavano il partito come gli altri.

E qui, tra l’altro, vengono anche rievocate le torture che venivano inflitte a Goli Otok.

C’è però anche il fatto che quelli che venivano perseguitati dai comunisti non erano comunisti, ma borghesi. Anche questo è un episodio degno di essere conosciuto.

Ma ancor più interessante è vedere come anche qui Pekić abbia utilizzato i procedimenti della fiction, mescolando documenti, fiction e altro, per sviluppare questa riflessione.

E anche Pekić e Marković si sono conosciuti.

Quindi vedo una sorta di filo in comune tra queste traduzioni che ho fatto.

Scrivere o tradurre?

LM: Un’ultima domanda, perché stiamo arrivando un po’ al limite. Lei ha parlato del lavoro di traduttore e finora si è occupato di traduzioni. Ha mai pensato di cambiare, di darsi alla scrittura piuttosto che alla traduzione? E quali le sembrano le differenze principali tra questi due tipi di lavoro, che sono due lavori diversi?

ED: No, assolutamente no.  Vabbè, sarò onesto: l’ambizione l’ho sempre avuta. Tutt’al più mi sono sempre chiesto: «Ma sono degne di essere pubblicate le cose che scrivo io?».

Quindi non sono mai uscito allo scoperto.

Poi, con l’attività di traduzione, in cui appunto ti confronti con stili di autori diversi, e tanti stili diversi tra loro, questo credo che in qualche modo lasci una traccia anche sulla scrittura personale.

Una volta che vedi come fa un autore magari più esperto, più bravo di te o più originale, che ha delle intuizioni stilistiche, credo sia inevitabile un’influenza anche sulla propria scrittura.

Tuttavia, non lo so, sono un po’ diffidente nei confronti dei traduttori-scrittori.

Cioè, tante volte mi pare che loro poi sfruttino la loro attività di traduttori per poter portare l’attenzione su di sé e sulla propria attività di scrittori e quindi poi si facciano passare per i grandi esperti.

Quindi poi iniziano magari a straparlare di cose che non sono neanche di loro competenza. Si arriva a situazioni in cui si pensa: «Quello lì ha tradotto il libro dal russo, quindi avrà sicuramente opinioni più corrette e giuste sulla Russia». Non è affatto così.

Poi dipende, ci sono altri che invece sanno conciliare le due cose.

Comunque non faccio nomi, non faccio cognomi.

Non so, Tabucchi era uno che sapeva muoversi bene in entrambi gli ambiti.

E tra l’altro, se guardiamo Sostiene Pereira, lui, italiano, scrive un romanzo che è la quintessenza di Lisbona e del Portogallo.

Non so se magari un giorno farò anch’io qualcosa su Belgrado, però non lo so.

LM:  Il background culturale ce l’ha, la conoscenza ce l’ha, c’è solo da mettere tutto su per iscritto.

La letteratura da riscoprire

ED: Ultima cosa, però volevo un attimo, nel senso, se abbiamo ancora tempo…

LM: Assolutamente.

ED: L’idea è che adesso c’è tutta questa grande attenzione per gli autori contemporanei che vengono da quest’area, ed è un’ottima cosa, perché qui adesso emerge questa generazione che vuole confrontarsi con l’eredità della guerra, anche con temi che ancora sono difficili da trattare. Insomma, è giusto promuoverli il più possibile.

Però credo che sia anche giusto rivolgere un’attenzione ai classici, ai romanzi che lì magari sono ormai radicati nelle letture scolastiche, eccetera, ma che in Italia ancora non sono arrivati.

E io, anche qua, consiglio un altro autore che ho tradotto, Radoje Domanović, uno scrittore  di inizio Novecento, autore satirico che a sua volta  si confrontava molto spesso con l’ingiustizia del potere e con la stupidità della massa, che si sottomette al capo carismatico e non riflette sui danni che possono derivare da questo.

E sono racconti, tra l’altro, dalla forte valenza universale. Andavano bene per la Serbia di inizio Novecento, quando c’era la dittatura del re Alessandro Obrenović, ma sarebbero andati benissimo anche per l’Italia degli anni Trenta.

 Questa traduzione è uscita per un editore di Padova, LINEA Edizioni, e io credo che, appunto, anche questo in qualche modo testimoni quanto la  letteratura serba abbia da offrire, anche al di là dei confini nazionali e linguistici.

Leggere questi scrittori, confrontarsi con le loro idee, con la loro ironia, credo che sia una cosa veramente arricchente e spero veramente che, in qualche modo, il pubblico italiano ne abbia voglia, perché questo significherà che per me ci sarà sempre lavoro.

LM: Sicuramente durante questa discussione abbiamo avuto un sacco di spunti. Poi magari metterò i titoli dei libri e delle traduzioni nella descrizione dell’episodio.

Signor Davanzo, grazie mille per la sua disponibilità e per il suo tempo. È stato un piacere.

ED: Grazie a lei. Spero di aver risposto bene alle domande.

LM: Non ci sono risposte corrette. Abbiamo avuto una bella discussione, interessante anche personalmente, quindi la ringrazio.

ED: Grazie mille e buon proseguimento di giornata. Arrivederci. Grazie.

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