Ep 201 – Il Trio di Belgrado intervista con Enrico Davanzo (prima parte).

Introduzione

Oggi presentiamo la prima parte dell’intervista in due episodi a Enrico Davanzo, traduttore de Il trio di Belgrado di Goran Marković, pubblicato da Bottega Errante Edizioni.

In questa prima parte parliamo del suo percorso, del rapporto con i Balcani e della scoperta della lingua e della cultura jugoslava, ma anche del mestiere del traduttore: come si affronta un romanzo, quanto contano lingua e cultura e quali sono le sfide della traduzione letteraria nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Un traduttore tra Italia e Balcani

LM: Siamo qui con Enrico Davanzo, che ha tradotto il libro di Marković, Il trio di Belgrado, edito da Bottega Errante Edizioni,  e ha cortesemente accettato di partecipare a questa intervista. Oggi andiamo a vedere un po’ quelli che sono i dettagli riguardo alla traduzione del libro, il libro stesso e cosa significa essere un traduttore di lingua balcanica per l’Italia.

LM: Allora, Enrico, benvenuto. Innanzitutto, ti chiederei di raccontarci qualcosa di  te per coloro che non  ti conoscono.

ED: Innanzitutto ringrazio per l’invito, sono onorato, mi fa molto piacere. Mi chiamo Enrico Davanzo, sono un traduttore letterario dalla lingua serba, croata, bosniaca e montenegrina, per essere completi. Sono un dottorando all’ultimo anno dell’Università degli Studi Gabriele D’Annunzio di Pescara, e sono anche, docente a contratto di lingua e letteratura serba e croata presso l’Università degli Studi di Trieste.

Quindi insegno, produco libri, viaggio, scrivo, non mi fermo mai e spero, con queste varie attività, di riuscire a trasmettere il mio interesse per le culture, le lingue, le letterature, le arti, il cinema, la storia legate all’area comunemente nota come ex-Jugoslavia o Balcani occidentali, sia con le traduzioni, con l’insegnamento o con gli articoli.

Il legame con i Balcani

LM: Grazie mille. A proposito di quello che ha appena detto, come è nato questo suo interesse per i Balcani? Perché è comunque una regione molto particolare.

ED: È difficile trovare una risposta univoca a questa domanda. Diciamo che credo sia nato soprattutto per un desiderio di scoperta e di noia per la realtà in cui vivevo quando ero nella tarda adolescenza.

Credo si ricolleghi un po’ anche alla storia della mia famiglia materna. Ovvero, mia madre è nata a Trieste, mio nonno lavorava lì a partire dal 1954, cioè l’anno in cui iniziò la pacificazione diplomatica tra l’Italia e l’allora Repubblica Socialista di Jugoslavia, e le frontiere iniziarono ad essere riaperte. Mio nonno faceva il carabiniere e prestava servizio vicino alla frontiera.  Molte famiglie dalle province rurali del Veneto si erano trasferite lì a Trieste. Era una città che, dopo la guerra e l’impoverimento, ricominciava  a fiorire di nuovo grazie ai traffici che tornavano a scorrere tra le due parti della frontiera, tra l’Occidente e l’Oriente.

Mia madre e mio zio crebbero in questa realtà particolare, rimasero a Trieste fino a metà degli anni ’70, quindi vissero proprio il boom del periodo in cui arrivavano le comitive dall’allora Jugoslavia, a fare incetta di jeans, merci varie…

Foto tratta da https://www.triestestorica.it/it/foto/trieste-mercato-del-ponterosso

LM: Il famoso mercato di Ponte Rosso di cui tutti parlano?

ED: Esattamente, sì sì.

Ma questo scambio era anche reciproco. E soprattutto Trieste all’epoca era ancora una città dove, nonostante gli scontri e l’eredità della guerra, convivevano ancora popoli e lingue diverse. Per esempio, la zona dove stava la famiglia di mia madre era il borgo San Sergio, dove vivevano soprattutto impiegati statali, membri delle forze dell’ordine, ma anche profughi o gente che era venuta lì.

Tra i loro vicini di casa c’era una donna venuta dall’Istria, una croata, sposata con un italiano. Si capirono subito, lei e mia nonna, perché entrambi erano nuove in città, non erano triestine native. Questa donna aveva seguito il marito, che lavorava come facchino ai porti di Trieste.

Insomma, divennero così amiche che i miei nonni la scelsero come santola, la madrina di battesimo per mia madre, che era nata da poco. E ogni tanto, dopo l’apertura delle frontiere, lei accompagnava mia nonna a fare la spesa dall’altra parte del confine, a prendere la benzina, la carne, le sigarette, perché costavano poco. C’è anche una canzone che si chiama Finanziere di Lorenzo Pilat, che tratta di questo tema.

Mia nonna era terrorizzata perché non sapeva la lingua, aveva paura dei doganieri sloveni, jugoslavi, mentre la santola, che sapeva la lingua, era croata, capiva un po’ di sloveno, insomma era lì ogni volta; chiacchierava qui e intanto portava di qua e di là le varie vettovaglie. Queste sono le storie che si raccontavano. Soprattutto durante gli anni ’60 e ’70, era anche il periodo in cui venivano tanti ragazzi, tanti giovani facevano le gite, partivano dalla Jugoslavia e andavano fino a Trieste.

Mio zio, ad esempio, gli vendeva i dischi di vinile e loro contraccambiavano ogni tanto dandogli i loro dischi, quelli fatti in Jugoslavia e prodotti dalla Jugoton, la principale azienda discografica statale.

Ricordo che avevo 16-17 anni, ero a casa di mio zio e, come tutti gli adolescenti, ero molto annoiato dalla vita quotidiana e dalla scuola. Non sapevo cosa fare del mio futuro, non vedevo e neanche mi interessava scegliere una qualche direzione, ma ecco che un giorno, a casa di mio zio, trovo questo mucchio di vinili tutti con questo marchio, “Jugoton”, scritto in jugoslavo, con nomi  di gruppi rock che lo zio non ascoltava perché, appunto, non erano lingue che capiva.

Pur essendo tutti cresciuti in questo ambiente, che era ancora un po’ quel che restava della vecchia Trieste, cosmopolita e multietnica, ognuno per lo più pensava alle proprie cose, parlavano tutti nel proprio dialetto, ma non c’era una curiosità effettiva verso quella cultura.

Comunque mi aveva colpito questo tema della Jugoslavia. Sapevo solo che era stato un Paese comunista che non esisteva più a causa di una guerra, ma per il resto non sapevo nulla. Mi colpiva vedere che in un Paese comunista comunque non solo si ascoltava il rock, ma anche lo si suonava, e quindi iniziai un po’ così a studiare e a sentire queste canzoni, cercando informazioni su questi gruppi e un po’ anche sulla storia del Paese. Cercavo le canzoni, cercavo anche i testi. C’erano alcune traduzioni rudimentali in inglese. Un po’ per volta mi rendevo conto, a 17-18 anni, che era questa la cosa a cui pensavo di più durante le mie giornate e così iniziai anche un po’ a documentarmi, a leggere qualche libro di qualche autore di lì, a vedere qualche film.

Ricordo che il nostro oratorio, nella mia città, aveva organizzato  un campo estivo di solidarietà. Mi ero unito ed eravamo andati in Bosnia ed Erzegovina, presso una comunità del posto.

Quindi, arrivati poi alla fatidica scelta, dopo la maturità, ho scelto di andare a studiare serbo-croato  all’università Ca’ Foscari di Venezia e così è iniziata un po’ la mia carriera. Quindi questo interesse credo sia un po’ legato alla famiglia e un po’ alla voglia di scoprire.

Ca’Foscari Università di Venezia – https://www.unive.it/pag/16584/?tx_news_pi1%5Bnews%5D=15573

LM: Abbiamo un background completamente diverso. Venendo da Bari avevo ben poco in comune con questo mondo…

ED: Però c’è in comune il culto di San Nicola e nella basilica, se non vado errato, c’è un’icona medievale donata da uno dei re di Serbia, adesso non mi ricordo.

LM: Da Uroš, Uroš III, in effetti un collegamento c’è. Inoltre la Jugoslavia era anche conosciuta per i suoi gruppi rock. Non ricordo se si trattasse del periodo dei Bijelo Dugme.

ED: I cantanti e i gruppi italiani erano noti lì e infatti poi tutti seguivano Sanremo, ma qui la musica jugoslava era poco conosciuta, o arrivava di riflesso attraverso altre personalità. Ad esempio, alla fine degli anni ’90 il regista Emir Kusturica ha tenuto in Italia una serie di concerti, portandosi dietro i rimasugli di una di queste band, gli Zabranjeno Pušenje.

LM: Senza trascurare che Emir Kusturica era anche legato a Goran Bregović, che ha lavorato sulle colonne sonore della maggior parte dei suoi film.

ED: Ed è da lì che è iniziato tutto, quando questo periodo era in realtà già finito.

Come nasce un traduttore

LM: Ma come mai ha deciso di fare proprio il traduttore letterario e non qualcos’altro legato al mondo dell’ex-Jugoslavia?

ED: Penso che tutto sia nato per questa faccenda qui delle canzoni; mi ricordo che mi colpì molto, ad esempio, una canzone di uno di questi gruppi, Zabranjeno Pušenje, un gruppo punk rock di Sarajevo, legato soprattutto agli anni Ottanta. Poi, con la guerra, si sono anche divisi in due formazioni, quindi in qualche modo la loro storia ha un po’ anche rispecchiato le vicende della Jugoslavia. Queste canzoni parlavano di vita di strada, di teppisti, di periferie ed erano proprio delle storie, avevano un contenuto narrativo e quindi, aiutandomi un po’ con queste traduzioni inglesi, così per sfizio, mi ero messo un po’ a vedere come potevano suonare in italiano, come tradurre certi concetti.

Recentemente, mettendo un po’ in ordine nella mia disordinatissima cameretta, ho trovato il diario di scuola del 2012 e ho trovato una di queste prime traduzioni rudimentali. Lo facevo perché mi divertiva, mi appassionava, era un modo in più per avvicinarmi a questa cultura. Inoltre, avendo fatto il classico, la traduzione delle versioni dal greco è qualcosa che ti entra, però qui non si trattava di testi sull’uccisione di Giulio Cesare, il De bello Gallico: erano qualcosa che era vivo, era vicino, era scorretto ed era poco noto.

E credo che questo sia stato il battesimo. Poi,  volendo conoscere queste culture, la storia, mi sono messo a leggere gli autori che riuscivo a trovare, in particolare Ivo Andrić, il premio Nobel. Poi anche nella biblioteca della mia cittadina, riuscivo a trovare alcuni dei primi libri che sono stati tradotti negli anni ’50, di autori oggi anche dimenticati.

Ivo Andrić a fianco alla Ćuprija di Višegrad (Il ponte sulla Drina) – immagine tratta da https://culturificio.org/1868-2/

Uno di questi è Miodrag Bulatović, autore molto controverso, ma anche autori più vicini e più conosciuti come Danilo Kiš. Vedevo anche i nomi in copertina dei traduttori, che in  certi casi  spiegavano come avevano trattato le diverse particolarità degli stili, i fatti culturali.

Alcuni libri sono stati anche tradotti più volte da traduttori differenti. Ad esempio, per Il ponte sulla Drina, il romanzo più noto di Ivo Andrić, la prima traduzione esce all’inizio del 1960 a cura di Bruno Meriggi e poi viene ritradotto nei primi anni 2000 per i Meridiani Mondadori da Dunja Badnjević Orazi. Queste due traduzioni differivano tra loro: presentavano sfumature diverse, sebbene la storia e gli eventi fossero gli stessi. I traduttori avevano scelto un modo diverso di esprimersi e avevano cercato di creare immagini e sensazioni con intensità differenti. Perché? Che ragionamenti erano stati fatti? Questo mi incuriosiva molto.

E poi mi incuriosivano anche le figure dei traduttori. Vedere questi nomi che ho appena citato, Meriggi, Orazi, poi un altro grandissimo, Lionello Costantini, su cui adesso sto scrivendo un articolo, che, tra gli anni ’80 e ’90, ha tradotto la maggior parte degli autori dell’epoca jugoslava. Tuttora le sue traduzioni per Adelphi vengono ristampate. Ha tradotto Miloš Crnjanski, ha ritradotto alcune opere di Ivo Andrić, si è speso moltissimo.

Per parlare di personalità attuali,  vorrei citare Ljiljana Avirović, che ha tradotto in croato le opere di Claudio Magris, autore italiano, ed è anche docente alla scuola per traduttori di Trieste. Lei, ad esempio, ha portato in Italia un grandissimo autore croato di Sarajevo, Miljenko Jergović, e si è anche spesa molto a descrivere le tecniche, la traduzione, le strategie. Mi ricordo che quando la incontrai ero molto emozionato, per me queste figure erano come delle rockstar.

Sognavo di poter avere anch’io, in qualche modo, qualcosa da dire, fare, dimostrare. Non so quanto bene. Non posso mettermi a livello di tali  figure, però, ecco, credo che questo confronto mi abbia spinto su questa strada e, poi, essendo io comunque una personalità che sicuramente propende di più per l’astrazione, la speculazione, difficilmente avrei potuto fare, diciamo, il traduttore settoriale, cioè quello che traduce i documenti per le imprese, per le aziende. Poi mai dire mai, non si rifiutano  i lavori, però credo che, per il mio temperamento, per i miei interessi, mi trovi meglio con le sfide presentate proprio dalla traduzione letteraria.

Poi per me è un piacere perdere l’intero pomeriggio a vedere come suona meglio una certa frase, quale ordine dare alle parole, che tipo di sensazioni possono evocare, fin dove è possibile mantenere lo stesso ordine imposto dall’autore e quando invece è necessario cambiare, e anche confrontarsi poi con altri colleghi, anche se magari, alla fine, ognuno resta  della propria idea.

Lingua, cultura e traduzione

LM: Proprio per collegarmi a quello che stava dicendo, quanto è importante, soprattutto nella traduzione di un romanzo, la conoscenza della lingua e quanto la conoscenza della cultura? Magari per la traduzione dei documenti tecnici la lingua è sufficiente, però nella traduzione di un romanzo, per esempio il romanzo di cui parliamo oggi, Il trio di Belgrado, fino a che punto c’è la necessità di conoscere la cultura, la mentalità della gente che vive in quei Paesi e quanto è importante la lingua?

ED: Una traduzione non è mai una traduzione solo da una lingua all’altra, ma  anche da una cultura all’altra. Si chiama  sistema lingua-cultura. E quindi, assolutamente, la conoscenza della lingua è fondamentale. Io parto sempre dall’idea che, avendo iniziato a studiare la lingua effettivamente a 19 anni e non avendo in famiglia nessuno che parli questa lingua qui, l’ho imparata da solo, risiedendo lì, studiando, eccetera. Quindi non potrò mai saperla bene tanto quanto un madrelingua, avrò sempre bisogno di documentarmi. Stesso discorso anche per la cultura.

Sono molto grato, in particolare, alla dottoressa Aleksandra Mladenović, lettrice all’Università Ca’ Foscari, e poi alla professoressa Alessandra Andolfo, che lì si occupava proprio dell’insegnamento della storia della lingua e della prassi della traduzione — peraltro traduttrice affermata a sua volta, che ha tradotto  Romanzo di Londra di Miloš Crnjanski — per averci dato tutti gli strumenti necessari per capire cos’è effettivamente la traduzione. Facemmo un corso bellissimo  sulla teoria e la pratica della traduzione, con degli esempi tratti dal serbo, dal croato, eccetera.

Ci ha fornito una prospettiva universale. Abbiamo analizzato le varie teorie, l’habitus mentale che un traduttore letterario deve avere. Questo mi ha aiutato molto anche a capire come la lingua, di fatto, riveli sempre la mentalità e le usanze del popolo che la parla.

E questo sicuramente mi ha spinto molto a capire e anche ad interagire con chi ho incontrato poi nel corso della mia permanenza e dei miei viaggi in Serbia e non solo. La lingua rivela anche la storia di un popolo, traducendo certi elementi, ad esempio, čaršija. Lei ha mai sentito questa parola, čaršija (pronuncia: ciàrscia)?

Čaršija è la zona della città dove si trovano le botteghe. È una parola che è derivata dal turco e dal persiano, ancora prima. E questa è una parola che comunque è comune, cioè la si trova in quello che una volta era il serbo-croato e oggi è diviso in queste quattro lingue, però ricorre sempre.

Questo è legato alla lunga presenza del dominio ottomano. Ma, ad esempio, se si viaggia in Dalmazia, lungo la costa, si sentono parole come šugaman.

LM: Ah sì, l’ho sentito.

ED: Per dirti “signore” non dicono gospodin, ma ti dicono šjor, che è il sior veneziano. O anche “famiglia”: i serbi dicono porodica, i croati obitelj, ma lì dicono, almeno quelli più vecchi, fameja. E queste cose rimangono, sono presenti e quindi il compito del traduttore poi è di cercare di riportare il più possibile queste sfumature, di farle capire al lettore e questo poi ogni volta comporta anche delle strategie diverse. Tutto questo fa parte delle sfide che è bello anche cercare di risolvere e ognuno poi risolve a modo suo.

LM: Sono completamente d’accordo anche sul fatto che la lingua stessa va a riflettere anche in qualche modo la psicologia della popolazione. Ad esempio, ci sono alcune espressioni che sento qui in Serbia che non esistono in italiano e si vanno proprio, almeno secondo me, ad allineare poi con il loro modo di affrontare determinate situazioni, determinati comportamenti che in Italia magari verrebbero affrontati in maniera diversa.

ED: Senz’altro poi si riflette un po’ nella psicologia. Naturalmente non è che se uno nasce serbo o nasce italiano si comporterà sempre in un determinato modo.

LM: Sì, sì, senza generalizzare.

ED: Certo, però assolutamente questo è vero, anche qua, come fai a tradurre un detto di una lingua di un altro popolo, legato ad un’altra mentalità? Puoi trovare un equivalente, ma quell’equivalente non sarà mai la stessa cosa. E anche qua ci sono vari modi. Certe volte ti inventi dei nuovi modi di dire che in qualche modo fondono le caratteristiche espressive di entrambi i popoli. Dipende sempre dalla situazione.

Come lavora un traduttore

LM: Parlando del lavoro del traduttore, anche perché io non sono molto a conoscenza dell’ambiente. Innanzitutto volevo chiederle se può spiegare un po’ quali sono le varie attività che definiscono il lavoro del traduttore, quali sono le cose di cui si occupa. E poi anche mi interessava, ne ha parlato un po’ prima, qual è l’interazione tra traduttori?

Quando si pensa al traduttore, si pensa a qualcuno che si chiude lì in una stanza e traduce. C’è uno scambio di idee tra traduttori? Quando stava traducendo Il trio di Belgrado, era in contatto con altri traduttori, per esempio: “Io sto traducendo questo libro, cosa ne pensi di questo passaggio?”, eccetera.

ED: Innanzitutto devo fare una premessa, ovvero che il mio percorso è anche stato abbastanza, diciamo, atipico.

Io non ho fatto una scuola per traduttori, che esistono, ma per le lingue quelle più globali, universali come inglese, francese, eccetera. Il serbo-croato non rientra tra queste e attualmente non ci sono grossi gruppi editoriali che formano traduttori su queste lingue.  

Dopo la laurea in Lingue, mi arrivò una proposta. Io avevo fatto comunque una tesi di traduzione di un libro, per cui un editore mi aveva già manifestato il suo interesse, però, essendo comunque un lavoro ancora studentesco e comunque finalizzato a una ricezione accademica, fu poi affidato a un altro. Però io comunque ero rimasto coinvolto nella preparazione come consulente. Poi, tramite la docente che è attualmente  titolare della cattedra di serbo-croato a Venezia, ricevetti la proposta di tradurre un libro di un grande autore, Borislav Pekić, uno dei monumenti della letteratura serba moderna.

Quello fu il primo libro che ho tradotto, che è uscito. Le facoltà di Lingue sono un ottimo luogo di sinergia con il mondo editoriale, interessato magari a queste lingue più specifiche. Non mi piace l’espressione “lingua minore” e “lingua maggiore”, perché tutte le lingue possono essere grandi o possono essere piccole: dipende da che punto di vista le consideriamo.

Comunque ho iniziato così, senza nessuna iniziazione ufficiale. E a quella prima traduzione ne sono seguite altre. Non mi ritengo un traduttore arrivato, tuttora mi considero all’inizio della carriera. Anche perché di fatto, su questo primo libro, ho iniziato a lavorarci alla fine del 2020, quindi sono cinque, quasi sei anni, ma poco, almeno per i miei standard. Io mi vedo sempre comunque come uno che deve ancora imparare e apprendere tanto, e credo che sarà così per tutta la vita. Mai sentirsi arrivati!

Durante quella prima esperienza, ho imparato un po’ a gestirmi con i tempi, con gli strumenti da utilizzare. Io faccio ancora tutto come nei tempi antichi, cioè leggo il libro e ho bisogno di avercelo cartaceo, mi metto accanto il dizionario, man mano che leggo mi segno degli appunti, delle cose. Pian piano, già lì, inizio a farmi un’idea:questo passaggio qua potrei metterlo in questo modo; quest’altro effettivamente è difficile, ci penso meglio dopo che ho finito.

Quando capisco qual è il senso generale del libro, quali sono le cose che l’autore vuole comunicare, in base a questo poi vedrò come trattare questi tratti particolari. Possono essere appunto cose specifiche dal punto di vista culturale della mente emittente del libro, oppure certe particolarità legate allo stile o alla visione dell’autore, e che magari vanno spiegate con degli interventi o note a piè di pagina, oppure in corpo di testo. Una volta finito, quindi, dopo che ho letto il libro e magari ho già stilato questi appunti, inizia la traduzione preliminare.

Questa fase può anche andare di pari passo con la lettura; butto lì una prima versione, diciamo rozza, fatta al momento con tutti i significati abbozzati, però ancora non è il prodotto definitivo, è solo una traduzione generale, in una lingua non rifinita, in “traduttese”.

È una fase intermedia e poi alla fine, una volta che ho una visione completa, inizio a rivedere il tutto, vedere come il tutto possa suonare bene in un italiano accettabile, che sia chiaro al lettore. In questa fase quindi ci può essere un confronto, soprattutto con l’autore, se è ancora vivo, o con chi magari ha già avuto esperienza con la sua opera, non necessariamente altri traduttori, ma critici, gente che ha familiarità con le caratteristiche delle sue opere.

Per quanto riguarda il rapporto con altri traduttori, io a dire il vero, forse anche per questa mia introduzione poco ortodossa al di fuori dei giri ufficiali, non è che abbia tantissimi rapporti. Ci sono dei contatti, un confronto sul significato di certe espressioni, sul modo migliore di tradurle, ma in genere preferisco confrontarmi con amici madrelingua che in qualche modo siano un po’ liberi dalle pressioni professionali  e anche dai “tic” stilistici che un traduttore può avere e che magari mi possono dare esempi pratici dell’utilizzo di una particolare espressione nel linguaggio di tutti i giorni.

Credo ci sia anche una certa gelosia dei propri autori e del proprio lavoro, non so quanti architetti si sentano con quelli di un altro studio, però, ad esempio, mi piace confrontarmi su questioni più che altro teoriche — ma secondo te, per questo autore si possono applicare questi principi? — poi io non è che sia così tanto un seguace delle teorie della traduzione, proprio perché mi sento a mio agio con questo approccio così un po’ tradizionale.

Traduzione e intelligenza artificiale

ED: C’è anche chi fa ricorso adesso agli strumenti dell’intelligenza artificiale, ma questo lo fanno appunto soprattutto i traduttori settoriali, quindi quelli che devono occuparsi, non so, di tradurre i manuali di istruzioni per un telecomando. Questo tipo di traduzione si definisce traduzione di testi denotativi, cioè di testi che devono trasmettere un unico significato: “pigia il bottone rosso”, “fissa il monitor a 30 cm”. Non sono testi soggetti a interpretazioni, non ci sono ambiguità, non ci sono sfumature e non ci sono, per lo più, particolarità culturali che devono essere esplicate. E questo è un tipo di traduzione che le macchine riescono a fare bene, perché appunto non c’è bisogno del ragionamento che deve fare l’umano. Poi questi strumenti si stanno sofisticando sempre di più e in certi casi appunto fanno delle traduzioni molto buone, in cui si avvicinano a quella capacità di percepire possibili ambiguità e sfumature.

Su questo punto c’è stato un forte dibattito —  non mi ricordo il nome di chi ha fatto questa osservazione —  si discuteva sul fatto che una buona traduzione letteraria non debba essere una traduzione letterale che al 100% ricrei  nella lingua d’arrivo il testo esatto, specifico, come in quella originale, ma una traduzione che si posa sempre sull’interpretazione, sul fatto che da certe cose bisogna distanziarsi. L’ha detto anche Umberto Eco nel suo saggio sulla traduzione che si chiama Dire quasi la stessa cosa: per la traduzione letteraria, ricreare il testo per filo e per segno come è in originale crea dei risultati spesso assurdi o che si leggono male nel testo d’arrivo. Questo avviene anche nelle traduzioni cinematografiche.

Mi ricordo che ci fu una grande contestazione legata al doppiaggio di alcuni film giapponesi in cui, di colpo,  i bambini che si rivolgevano ai vicini anziani, al posto di chiamarli “signor Amichiko”, “signor Kenshiro”, li chiamavano “Kenshiro-san”. Quindi magari lo spettatore che ha una conoscenza della lingua d’origine capisce, ma lo spettatore medio che vuole solo vedere queste cose, ma gli manca tutta l’infarinatura, non capisce, gli pare che suoni male. Perciò bisogna distanziarsi da questo tipo di approccio. Credo che comunque la nostra professione sia una professione che le macchine difficilmente riusciranno a sostituire al 100%.

Adesso si è diffuso anche il termine  “AI SLOP,” che indica la “sbobba” generata dall’intelligenza artificiale. Tutte queste cose che vengono create con questi programmi, ad esempio le immagini, i programmi di intelligenza artificiale, nel tentativo di creare una cosa che non sembri artificiale ma sembri onesta e autentica, esagerano e vengono fuori queste cose che risultano fasulle e brutte proprio per il tentativo di sembrare autentiche e belle. Questo può anche avvenire con la traduzione automatica.

LM: Grazie mille per averne parlato, perché in effetti il discorso dell’intelligenza artificiale è molto attuale e un po’ in tutte le professioni siamo sul chi va là.

ED: Le faccio un esempio divertente, proprio di vita studentesca. Visto che ho dovuto studiare anche la lingua russa e avevamo degli esami difficilissimi con tutte delle traduzioni su cui ci siamo fatti le ossa. Mi ricordo che dovevo tradurre un testo di una canzone per bambini che parlava di un elicotterino blu, azzurro, “goluboj”, l’aggettivo “goluboj”, che vola nel cielo, eccetera, e una compagna di corso che non aveva tanta voglia di perdere tempo lo fece con Google Translate. All’epoca era ancora il 2000 e non mi ricordo che anno, quindi ancora eravamo agli albori dell’AI. Insomma, lei aveva consegnato la traduzione tutta raggiante alla professoressa e questa strabuzza gli occhi perché l’aggettivo azzurro che ricorreva in questa canzone, una canzone per bambini, innocente, nel gergo colloquiale russo, nello slang, può avere anche delle connotazioni sessuali, quindi era venuta fuori tutta una roba perché la macchina non aveva capito il contesto.

LM: Era venuto fuori un racconto vietato ai minori.

ED: Probabilmente sì.

LM: Quindi è anche pericoloso, a volte, affidarsi troppo all’intelligenza artificiale.

Goran Marković e Il trio di Belgrado

LM: Passando a Il trio di Belgrado, allora, come è arrivata questa proposta di traduzione? Ha avuto dei contatti con Marković durante il lavoro di traduzione?

ED: Sì, allora, questo è il secondo libro che ho pubblicato per Bottega Errante Edizioni, la proposta è arrivata da loro e vorrei brevemente anche introdurre un po’ l’autore. Questo è un romanzo scritto da Goran Marković ed è un nome che purtroppo per lo più è poco conosciuto al grande pubblico italiano, però è uno dei più grandi registi cinematografici e teatrali in Serbia e nell’intera ex-Jugoslavia. Per me la sua rilevanza è pari a quella, credo, di Ettore Scola per il cinema italiano.

Ha fatto una serie di film a partire dagli anni ’70 fino ai giorni nostri, in cui ha raccontato le varie problematiche della società durante questo lasso di tempo, che quindi comprende l’agonia della dittatura comunista, l’ascesa dei leader nazionalisti, le guerre, la caduta di questi leader, soprattutto per quel che riguarda la Serbia, la caduta di Milošević e il fatto che non sia mai avvenuta un’effettiva transizione e un confronto con questo passato. E lui tutto questo l’ha fatto con questi suoi film visionari, particolari, che spesso giocano con il paradosso.

Talvolta anche basandosi su lavori di altri autori, uno dei suoi lavori più noti, ad esempio, un film che si chiama Sabirni Centar (distribuito all’estero con il titolo di The Meeting Point, ndr.), “Punto di Raccolta”, in cui c’è un confronto tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi. Sono i morti, i fantasmi, che giudicano l’ipocrisia dei vivi.

O un altro molto particolare, ad esempio, è Već viđeno, film dell’87 (distribuito all’estero con il titolo di Reflections, ndr.). Si può tradurre come “Deja Vu”, che parla di un pianista la cui famiglia è stata colpita dalla repressione comunista e lui  per tutta la vita è perseguitato da  strane visioni che alla fine lo trasformano in un assassino. Questo è il  modo in cui ha introiettato la violenza che gli è stata fatta.

Marković ha giocato sempre e spesso con i vari linguaggi del cinema di genere  l’horror, la commedia, il fantastico, e  ha sempre voluto affrontare i temi più spinosi. Uno dei suoi primi film si chiama Variola Vera, “Il Vaiolo”, che si ispira all’epidemia di vaiolo che avvenne in Serbia all’inizio degli anni ’70 e qui lui descrive come vari individui reagiscono di fronte al pericolo: c’è un medico che se ne infischia di curare i pazienti e si isola nel suo reparto e abiura il giuramento di Ippocrate.

Sul tema della guerra ha girato un film che è stato anche presentato  agli Oscar nel 2009, se non vado errato, si chiama Turneja, “La Tournée”. È inspirato a una pièce teatrale che lui aveva fatto nel ’96 — Goran Marković è anche un regista di teatro — in cui c’è questo gruppo di attori che vengono convinti a mettere in scena uno spettacolo itinerante, partendo  da Belgrado e arrivando fino alla Bosnia durante la guerra, e loro lì si trovano di fronte ai bombardamenti, a quello che finora avevano soltanto sentito e visto in TV. E lì c’è appunto questo rapporto tra la realtà e la finzione e questo voler affrontare di petto le questioni che solitamente vengono messe un po’ sotto il tappeto. È molto coraggioso in questo ed è anche molto originale.

Nell’opera di Marković l’impegno non toglie mai il posto alla fantasia, all’originalità, alla creatività e questo è anche il caso de Il trio di Belgrado.

Come dicevo, mi è stato proposto dall’editore. Sapeva che questo è un personaggio non così noto in Italia, ma in Francia, ad esempio, Goran Marković è molto conosciuto. Gli hanno anche dato l’onorificenza di Ufficiale  dell’Ordine delle Lettere e delle Arti e quindi è stato un po’ un modo anche di introdurre al pubblico italiano l’opera di questo autore.

Grazie per aver letto questa prima parte dell’intervista con Enrico Davanzo. Ci vediamo presto con la seconda parte, in cui continueremo a parlare de Il trio di Belgrado, della traduzione e della letteratura dei Balcani.

Approfondimenti

Per approfondire alcuni dei temi discussi nell’intervista, riportiamo di seguito i libri e gli autori citati.

Altri libri tradotti da Enrico Davanzo:

Libri e autori citati:

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